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27
apr
2008
Titoli di coda
C'è nell'aria un'aria da titoli di coda. The end. Il film è finito, le luci s'accendono, le uscite, sono là. Se volete uscire uscite; se siete quei tipi che devono vedere tutto, che devono sapere se la canzone del tema principale era dei Sigur Ròs o dei Mogwai, restatevene pure seduti. Un po' però, ché è l'ultimo spettacolo, qua si chiude, siamo stanchi. Se volete la scena Bonus, no, non la troverete, questo non è un film con la scena bonus.
C'è nell'aria una clima di rassegnazione, pensavate fosse serenità e invece no. E' come uscire da una grotta, tutti infreddoliti dall'umidità, uscite dalla grotta e il sole vi accarezza. La pelle viene solleticata e un brivido vi esplora il corpo. Etciù! Vi scappa uno starnuto, vi sfregate le spalle, pelle d'oca; vi lacrimano gli occhi, dal sonno, per la luce. Per tristezza.
C'è nell'aria un'aria da titoli di coda, una naturale conclusione, una conclusione che uno sceneggiatore decide di mettere anche a dispetto di ciò che pensava ci stesse meglio. La storia era pensata per essere finita in un certo modo, ma poi ha preso vita, ha deciso di evolversi a modo suo... Alla fine si arriva ad un punto in cui si pensa che ci sta bene l'ultimo, di punto. Ma forse combattendo un po' con le frasi, si potrebbe arrivare al finale che si voleva, essere soddisfatti. Ma ancora forse, invece, è meglio accontentarsi e assecondare le parole che hanno deciso di portarti alla conclusione.

Ecco, e io mi sento così insomma. Più o meno, per diviso.
postato da flarin alle ore 16:16 | link | 12 pennellate |
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08
apr
2008
Lo sai, è che non lo ricordi.
Poniamo per assurdo che possa verificarsi una simile discussione.

ore 15,59

- Ti aspetto alle 8, allora, ciao! -
- Ma come alle 8, io volevo vederti stasera! -
- ... Eh. Alle 8 di sera. Sei simpatico! -
- Le 8 di sera? Come le 8 di sera? -
- Non sai cosa sono le 8 di sera!? -
- Esistono anche di sera le 8? Da quando? -
- Le 20!! Ma mi stai coglionando? Dài, mi stai coglionando. -
- No. -
- ... -
- ... -
- ... -
- Ahem, ma come fai a calcolarle? -
- ...basta fare + 12? 8 + 12 = 20, 9 + 12 = 21... e via così? -
- Ah, ma spetta... + 12!! Le 20, le 8, stessa cosa, ma di sera. Massì, ora ricordo. -
- ... -
- Sai... a volte le cose le sai, è che non le ricordi. -
- Sai... ora che ci penso, infatti, stasera avevo già un impegno... -

Decisamente un esempio molto idiota, non c'è che dire.
Alle volte mi capita di pensare a quanto spreco di cellule cerebrali o locazioni di memoria che dir si voglia dobbiamo sottostare ( e non sto parlando del caso di questo post. Al momento). Cioè, ma se io una cosa la so. L'ho studiata. Perché devo dimenticarla? E perché a volte riaffiora così? Ad cazzum? Prima ti serviva e niente, non te la ricordi, poi stai, chessò, arando un terreno, segnando un gol a calcetto, friggendo la pancetta per una maxicarbonara e ti viene in mente come si facevano gli scoubidou.

Ma a che cacchio mi serve ora? A me serviva prima quando volevo far colpo su una e farle un bellissimo portachiavi per dire... non ora che sto rifacendo il letto, sempre per dire. Regalare uno scoubidou è una cosa che pochi machi possono permettersi, se l'avessi ricordato prima, sarebbe stato decisamente più utile.

A volte le cose le sai, è che non le ricordi. Ma che vuol dire? Ma allora non le sai più. E però no, invece, le sai proprio... perché se leggi qualcosa, vedi un film, o ascolti la radio, o parli con qualcuno, magari dopo dieci minuti pensi: "occacchio, ma io questo libro l'ho letto". Se, ovviamente, ci riferiamo al primo esempio della lista, perché se stai parlando con qualcuno e te ne esci così, beh, non è carino che uno ti parla della sua pessima giornata e tu gli dici: "occacchio, ma io questo libro l'ho letto". Pare che pensi ai capperi tuoi. E se mentre lo dici ti scapperi pure questo non migliora la tua situazione. Lasciamelo dire.

Lo sai, è che non ricordi. Mah. E io suppongo che tutte queste cose che uno sa e non ricorda però occupino ugualmente memoria e riducano la possibilità di apprendere; forse è questo che rallenta le nostre capacità d'apprendimento una volta passata l'età bambinese. Dovrebbe esserci la possibilità di poter decidere cosa cancellare. Tipo, chessò, la faccia di Calderoli. Voglio dimenticarla. Bzzz. Il Padre nostro. Voglio dimenticarlo. Bzzz. E in quello spazio recuperato ci metto la formazione del Genoa con tanto di riserve per aggiornare Pro evolution soccer. Per dire. Purtroppo non è così facile perché senno, chessò, voglio cancellare questo post. Bzzz. Per dire... Per dire cosacacchioche?
postato da flarin alle ore 22:16 | link | 33 pennellate |
categorie: pensieri
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05
apr
2008
Io l'avrei detto in maniera banale
...perciò, per una volta, beccatevi una citazione.

Sembra quasi che se metti la musica (e i libri, probabilmente, e i film, e il teatro, e qualsiasi cosa procuri emozioni) al primo posto, non riuscirai mai a chiarire la tua vita amorosa, e non arriverai mai a considerarla come un prodotto finito. Ci troverai sempre qualcosa da ridire, starai sempre in subbuglio, e continuerai a criticare e a cercare di dipanare la matassa finchè non va tutto a rotoli e devi ricominciare daccapo. Forse noi viviamo troppo protesi verso un apice, dico noi che assorbiamo emozioni da mattina a sera, e di conseguenza non riusciamo mai a sentirci semplicemente contenti: noi dobbiamo essere disperati, o al settimo cielo, e questi sono stati d'animo difficili da raggiungere in una relazione stabile e solida.

[Alta fedeltà, Nick Hornby]
postato da flarin alle ore 00:20 | link | 33 pennellate |
categorie: letture, pensieri
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20
mar
2008
Come la neve

Clack.

Un ragazzo come tanti entra nel vagone. Felpa rossa con zip e con tanto di cappuccio - non di cappello, ma proprio di cappuccio -,  jeans, scarpette di tela, capelli arruffati e che disprezzano l’uso del pettine a quanto pare. Entra un ragazzo come tanti, vestito come tanti, dentro un vagone come tanti insomma. Vuoto. Precisamente. Vuoto, fino a che anche la porta di fronte non si apre. Precisamente.

Clack.

Una ragazza come tante entra nel vagone. Maglia a righe orizzontali, jeans, scarpette di tela, capelli raccolti, occhiali affaticati che fanno lo scivolo sul naso. Un naso troppo piccolo per tenerli su, forse, ma bello. Bello proprio. Mamma mia, ma quanto è bello quel nasino? E lo nota il ragazzo, lo nota e arrossisce. E lo nota la ragazza, lo nota e si tira su gli occhiali col dito indice. E arrossisce.

Rimangono un po’ in piedi, uno da una parte, l‘altra da quell’altra parte; forme diverse, ma immagini riflesse delle stesse sensazioni. Si sorridono, poi imbarazzati per la paura di aver esagerato si siedono frettolosamente sul primo seggiolino che capita loro sott’occhio. Uno di fronte all’altra se non fosse per le tante ombre sedute sugli altri seggiolini e che evidentemente li fissano e scherniscono stando a quanto i due si vergognano. Perché, diciamocelo, non si spiega. E’ chiaro che è un colpo di fulmine e quindi cosa aspettano? Cosa? Evidentemente ci sono tante persone invisibili in scena che solo loro vedono e queste persone fissandoli li inibiscono. E’ l’unica. Perché altrimenti non si spiega, non si spiega proprio. 

Tu-tum, tu-tum. Tu-tum, tu-tum... ma cos’è... il mio cuore o il treno? Non capisco. Pensano entrambi.

Ma ecco che il ragazzo fa la sua mossa, dalla sua borsa tira fuori un libro. E guarda tu che caso... A volte i disegni del destino hanno la banalità di una storia scritta da un pessimo sceneggiatore... ma fanno uscire fuori comunque queste cose, come dire... carine? Forse è poco... Pucci? Sì, usiamolo questo termine. Pucci. Perché la ragazza stava facendo la stessa cosa. Stava tirando fuori dalla borsa un libro. Lo stesso. E non è... pucci immaginarsi la faccia incredula dei due, che soli nel vagone, dopo il palese colpo di fulmine, tirando fuori questo libro s’accorgono che è lo stesso? E invece no ancora più imbarazzati, si fanno scivolare questo libro di mano cercando di afferrarlo come due pizzaioli incapaci che fanno volare la pasta per allargarla. Incapaci perché il libro cade a entrambi ovviamente. Ma finalmente si concedono una risata, si guardano e... e niente, si rimettono a sedere. Anzi, lui prima dice qualcosa tipo sono proprio stupido. Bella mossa, amico. E lei annuisce. Bella mossa pure la tua, amica. 

Tu-tum, tu-tum. Tu-tum, tu-tum... il mio cuore? O il treno?

Così i due cominciano a leggere e magicamente nel vagone, non entra nessuno. Però... però mamma mia quanto è magnetica, pensa lui. Mamma mia quanto è magnetico. Pensa lei. E alzano ancora lo sguardo. Una, due, tre, dieci volte. Uno, due, dieci secondi. Minuti. Minuti a decinaia. Che viaggio lungo tra l’altro, ma è una fortuna per il nostro ipotetico pessimo sceneggiatore, che a un certo punto decide che il ragazzo oltre che alzare lo sguardo, si alza lui stesso (che avevate in mente... maiali!). E va verso di lei. E lei non abbassa lo sguardo. Si fissano i due. Si fissano. Che pucci che sono. Davvero pucciosetti. Forse troppo... troppo pucciosetti, troppo tenerelli, troppo timidini. Ed è troppo infatti per lui. Non regge la tensione. Fa il vago. Il ragazzo apre la porta. Guarda fuori ed è all’ultimo vagone. Il paesaggio compare sotto i suoi piedi e poi s’allontana. Ma non era l’ultimo vagone quando è salito, si dice. Non capisce cosa stia succedendo, si volta immediatamente indietro e non c’è niente. C’è il bianco. Torna a guardare di fronte a sé e non c’è niente. C’è il bianco. Il ragazzo resta lì, sui suoi passi. Si guarda intorno, spaesato. Davanti c’è il bianco e dietro c’è il bianco. Il bianco. E basta.

postato da flarin alle ore 20:00 | link | 25 pennellate |
categorie: racconti
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20
mar
2008
Comunicazione ti sevizio (questa è pessima.)
Altro postinutile.
A grande richiesta (di chi? Mia per esempio.), tornano i test, dopo che mi erano stati segati dal servizio che usavo prima (suppongo per invidia). Li trovate a fianco, nella colonna, sotto le robbe.
In preparazione ce ne sono moltissimi altri (ma anche no), tipo "scopri se possiamo essere acerrimi nemici", per dire, quindi ogni tanto accedete anche tramite link. Ne vale proprio la pena. Proprio.

Visto che mi vergogno di questo post insulso, ne invierò un altro contemporaneamente per affossarlo (molti potrebbero obiettare che dovrei vergognarmi dell'altro. O di entrambi. Molti sono anche un po' stronzi, diciamocelo, eh).

... clicca qua per i risultati
postato da flarin alle ore 19:57 | link | 19 pennellate |
categorie: postinutile
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02
mar
2008
La accentiamo?
... come ci rimasi strano quando da bambino lessi di un tavolo fatto in formica. Mamma mia! E niente, questo è quanto.
postato da flarin alle ore 15:20 | link | 32 pennellate |
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23
feb
2008
Malenero
E’ tutto buio e Malenero lo vedi che cammina in lontananza con la sua faccia lunga e appuntita, curvo, alto come un palazzo, sottile come un tubo. Le braccia infinite e sinuose come rami, le gambe contorte e insidiose come radici. Malenero s’avvicina, s’avvicina sempre di più e tu non puoi muoverti, resti congelato. Tenti di fuggire ma provi solo dolore per lo sforzo che metti nel cercare di muovere i piedi, le gambe, le braccia, il collo. Malenero s’avvicina, s’avvicina e tu cominci a piangere. Piangi lacrime dagli occhi, dal naso, dalla bocca. Malenero, s’avvicina, s’avvicina e diventa più piccolo e più piccolo diventa e più lo vedi in faccia e più ne hai paura di Malenero, perché sai che è finita, sai che quel suo sorriso sadico non promette niente di buono che no, sai che quegli occhi a fessura senza pupilla non promettono niente di buono che no, sai che, Malenero, non promette niente di buono… Non promette niente Malenero… tranne una cosa. Che ti divorerà. Ti divorerà l’anima. Malenero s’insinua nel petto con le gambe, poi con le braccia e curvo com’è resta sospeso a fissarti, col suo sorriso fatto di lineamenti minimi e col fiato ti riscalda il viso. Non ti muovi, non ti muovi proprio e le lacrime arrivano alla bocca e dalla bocca arrivano alle spalle e Malenero affonda. Affonda il suo muso lungo nel tuo petto e mentre si fa largo dentro di te, verso il tuo cuore, mentre il suo corpo comincia a svuotarsi dentro di te, continua a fissarti. Gli occhi a fessura che si gonfiano. E che diventano rossi. Continuano a fissarti. A me è successo. [Malenero]
postato da flarin alle ore 01:13 | link | 12 pennellate |
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08
feb
2008
L'uccello che girava le viti del mondo nelle terre estreme
Oh! ciao... che paura. Scusa ma non t'avevo proprio sentito entrare... Stavo scrivendo un post. Che post? Questo questo... questo che stai leggendo. L'ultimo film che ho visto al cinema è stato Into the Wild, di Sean Penn e m'è piaciuto un sacco, poi qualche libro fa ho finito L'uccello che girava le viti del mondo di Murakami, un mattoncino da 832 pagine. Anche Into the wild è stata piuttosto spessa come visione, è durato più o meno due ore e mezza. E niente... per entrambi, appena finiti, m'è venuto da pensare che erano belli sì, delle belle storie davvero, però, boh, non so... c'era qualcosa che non mi quadrava, qualcosa che mi lasciava perplesso. In into the wild, Emile Hirsh è stato bravissimo, ma molte frasi mi sono sembrate lette da un copione, troppo romanzate. Se cominciassi a parlare dentro un pub così pure io per dire, mi prenderebbero per il culo tutti. Il libro di Murakami (risparmiami il titolo e assimilalo così per cortesia) invece... non so cos'è... sembra tutto troppo diluito, più del solito. La narrazione di Murakami è molto lineare, segue spesso un classico tono, poi ci sono delle scene che "fanno il picco" e da lì tu fai "wow, non me l'aspettavo". Ma qua i picchi sono pochi, o per lo meno sembra lo siano. Per entrambi, alla fine, ho pensato "bello". Ma non ero soddisfatto perché "bello" è troppo poco. Troppo poco per quanto pretendevo da loro insomma. Poi è successo che negli ultimi giorni mi cominciavano a tornare in mente determinate scene e frasi dei due. E questo è più di "bello". E quindi ho pensato, ma non è che quando leggo o vedo una robba così lunga il cervello si prepara? Mi spiego meglio... Si prepara... ad assorbirla? Te la fa passare in maniera lenta, tipo supposta bagnata, che entra tutta, ma il dolore è diverso, anzi quasi non c'è e poi boh, magari piace pure. Ma non è questo il punto. Il punto è che comunque poi la supposta il suo dovere lo fa ugualmente, ma là per là, tu, mentre ti entra tra le chiappette, la senti meno. Ma tempo dopo stai meglio. Capisci quello che voglio dire?

Ah, il template? Eh, l'altro m'aveva rotto le balle, ma non so a cosa ispirarmi per uno nuovo, che io sono stufoso e deve essere qualcosa che dura un po'... e che quindi non esiste. Quindi ne ho messo uno semplice semplice intanto, ajojoeppeperoncino - che poi è il css modificato dell'altro se vogliamo dirla tutta -, così si sta insieme ugualmente senza stare là a preparare chissà cosa. Che non serve dài, non ti preoccupare.
postato da flarin alle ore 13:28 | link | 30 pennellate |
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28
gen
2008
Untitled#03
Quando una persona non c'è più ti rendi conto che le parole sono quello che sono. Aria. Aria modulata, suoni. Per carità, un prodigio della natura, una cosa magnifica, ma quando una persona non c'è più, ti rendi conto che qualunque suono tu emetta per chi subisce la perdita non cambierà nulla. Magari eri lì chino sui tuoi doveri, ormai rimandati, e una bomba gettata chissà da dove scoppia e la deflagrazione colpisce tutti... arriva la notizia e ti senti come un puzzle, un puzzle che era a buon punto e poi, chissà perché, qualcuno s'è divertito a sfasciare. E non ce la fai più a ricostruirti e resti là a osservare le tessere e tra queste ritrovi, chissà come, tanti ricordi pitturati per lo più lontani. Quando una persona non c'è più, credo che prima d'andarsene definitivamente dal mondo faccia visita a tutti quanti quelli l'abbiano conosciuta e le faccia il dono dei suoi ricordi, del tempo passato assieme, e poi penso - spero - che resti per sempre vicina ai più cari. Sotto forma di qualcosa, di essenza, un pezzo d'anima... non lo so. Lo spero - e tanto -, perché darebbe un senso, darebbe un senso a tutto questo.
postato da flarin alle ore 13:04 | link | 8 pennellate |
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16
gen
2008
Centri commerciali
Gli zii mi dicono di andare al nuovo centro commerciale, che conoscono il direttore e sicuramente ha qualcosa per me. Non capisco cosa intendano, ma ci vado. Sono lì dentro e comincio a girare.
"C'è qualcosa per me qua?"
"No", mi fanno. E cambio negozio.
"C'è qualcosa per me?"
"...no!" E cambio negozio.
"C'è qualcosa per me?"
"no..." E via così.
Giusto il tempo di fare amicizia con un tizio che incontro spesso fuori dei locali e ogni volta mi chiede sorridendo: "c'era qualcosa per te?"
Mi fa simpatia e gli rispondo sempre che dicono che no, che non c'è.

Scendo nel parcheggio, sto per arrivare alla macchina e c'è il tizio che mi sorride. E' in compagnia di un gruppetto di persone. Tutte simpatiche e vestite stile Canto di Natale di Dickens. Cerco di vedere se qualcuno porta con sé un tacchino, ma no.
"Forse noi abbiamo qualcosa per te".
Annuisco.

Li seguo, usciamo a piedi dal parcheggio del centro commerciale, immenso, e entriamo in una stradina che si stringe sempre di più, mangiata da rovi e cemento ai lati. La stradina comincia ad arrampicarsi e a fine scalata ci ritroviamo di fronte un altro centro commerciale. Microscopico.
"Qua c'è qualcosa per me?"
Varie teste annuiscono.

Entro dentro ed è tutto così... desolante. Ballatoi che danno sul vuoto. Mi scorgo adagiandomi col petto sulla balaustra gialla. In basso il terreno è sterrato, qua e là qualche ruspetta allo stato brado, montagnole di terra che riposano, molazze che masticano svogliate il loro pasto di calce e sabbia...
Il tizio simpatico si sporge al mio fianco.
"Mi spiace, ma qua non credo che ci sia niente per me", gli sorrido e sollevandomi, mi stringo nelle spalle. Mi imita e ci stringiamo pure le mani. Poi le stringo ad un simpatico vecchietto barbuto che somiglia a Paolo Villaggio, poi ad una signora para para alla McGranitt di Harry Potter, poi... eccetera eccetera. Solo una figura resta in disparte, dietro tutte le persone che mano a mano mi si parano di fronte: una ragazza che conosco, perché sono consapevole di sognare spesso, ma che non ho mai incontrato. Mi guarda imbarazzata, vorrebbe salutarmi, ma fa per andarsene, divento rosso come un peperone e pure io faccio per andarmene. Però, insomma, voleva salutarmi pure lei, e pure io... cacchio ho salutato tutti, adesso lei non la saluto?! Mi faccio coraggio e mi avvicino, ma lei si è già voltata e alla fine mi ritrovo praticamente a correrle dietro e tutto diventa buio.

Riesco a raggiungerla, le metto una mano sulla spalla, lei si volta, io allargo le braccia (e faccio un sorriso da ebete che manco so come descrivere) per abbracciarla, ma lei invece capisce male e si sporge per baciarmi e alla fine ci ritroviamo in una posizione ridicola e non facciamo nessuna delle due cose.

"Ho qualcosa per te", mi fa. Glissa, che brava.
"...", non dico niente, ma penso che sia il momento in cui il sogno diventerà porno.
Invece si rovista nella giacca a vento e tira fuori da una tasca laterale un'enorme lettera ripiena di chissà cosa e tempestata di bozzi e di cuoricini disegnati a matita. E c'è anche il mio nome sopra.
La guardo perplesso e dico: "io però non ho niente per te... non me l'aspettavo, non è giusto, ecco".
"Sicuro?"
Cerco nel giaccone e ho una lettera pure io.
"Che dici le apriamo?" le chiedo senza il minimo stupore.
"Ok!"

Poi mi sono reso conto che il telefono squillava e sono sobbalzato in piedi.
postato da flarin alle ore 23:55 | link | 17 pennellate |
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