C'è nell'aria una clima di rassegnazione, pensavate fosse serenità e invece no. E' come uscire da una grotta, tutti infreddoliti dall'umidità, uscite dalla grotta e il sole vi accarezza. La pelle viene solleticata e un brivido vi esplora il corpo. Etciù! Vi scappa uno starnuto, vi sfregate le spalle, pelle d'oca; vi lacrimano gli occhi, dal sonno, per la luce. Per tristezza.
C'è nell'aria un'aria da titoli di coda, una naturale conclusione, una conclusione che uno sceneggiatore decide di mettere anche a dispetto di ciò che pensava ci stesse meglio. La storia era pensata per essere finita in un certo modo, ma poi ha preso vita, ha deciso di evolversi a modo suo... Alla fine si arriva ad un punto in cui si pensa che ci sta bene l'ultimo, di punto. Ma forse combattendo un po' con le frasi, si potrebbe arrivare al finale che si voleva, essere soddisfatti. Ma ancora forse, invece, è meglio accontentarsi e assecondare le parole che hanno deciso di portarti alla conclusione.
Ecco, e io mi sento così insomma. Più o meno, per diviso.
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ore 15,59
- Ti aspetto alle 8, allora, ciao! -
- Ma come alle 8, io volevo vederti stasera! -
- ... Eh. Alle 8 di sera. Sei simpatico! -
- Le 8 di sera? Come le 8 di sera? -
- Non sai cosa sono le 8 di sera!? -
- Esistono anche di sera le 8? Da quando? -
- Le 20!! Ma mi stai coglionando? Dài, mi stai coglionando. -
- No. -
- ... -
- ... -
- ... -
- Ahem, ma come fai a calcolarle? -
- ...basta fare + 12? 8 + 12 = 20, 9 + 12 = 21... e via così? -
- Ah, ma spetta... + 12!! Le 20, le 8, stessa cosa, ma di sera. Massì, ora ricordo. -
- ... -
- Sai... a volte le cose le sai, è che non le ricordi. -
- Sai... ora che ci penso, infatti, stasera avevo già un impegno... -
Decisamente un esempio molto idiota, non c'è che dire.
Alle volte mi capita di pensare a quanto spreco di cellule cerebrali o locazioni di memoria che dir si voglia dobbiamo sottostare ( e non sto parlando del caso di questo post. Al momento). Cioè, ma se io una cosa la so. L'ho studiata. Perché devo dimenticarla? E perché a volte riaffiora così? Ad cazzum? Prima ti serviva e niente, non te la ricordi, poi stai, chessò, arando un terreno, segnando un gol a calcetto, friggendo la pancetta per una maxicarbonara e ti viene in mente come si facevano gli scoubidou.
Ma a che cacchio mi serve ora? A me serviva prima quando volevo far colpo su una e farle un bellissimo portachiavi per dire... non ora che sto rifacendo il letto, sempre per dire. Regalare uno scoubidou è una cosa che pochi machi possono permettersi, se l'avessi ricordato prima, sarebbe stato decisamente più utile.
A volte le cose le sai, è che non le ricordi. Ma che vuol dire? Ma allora non le sai più. E però no, invece, le sai proprio... perché se leggi qualcosa, vedi un film, o ascolti la radio, o parli con qualcuno, magari dopo dieci minuti pensi: "occacchio, ma io questo libro l'ho letto". Se, ovviamente, ci riferiamo al primo esempio della lista, perché se stai parlando con qualcuno e te ne esci così, beh, non è carino che uno ti parla della sua pessima giornata e tu gli dici: "occacchio, ma io questo libro l'ho letto". Pare che pensi ai capperi tuoi. E se mentre lo dici ti scapperi pure questo non migliora la tua situazione. Lasciamelo dire.
Lo sai, è che non ricordi. Mah. E io suppongo che tutte queste cose che uno sa e non ricorda però occupino ugualmente memoria e riducano la possibilità di apprendere; forse è questo che rallenta le nostre capacità d'apprendimento una volta passata l'età bambinese. Dovrebbe esserci la possibilità di poter decidere cosa cancellare. Tipo, chessò, la faccia di Calderoli. Voglio dimenticarla. Bzzz. Il Padre nostro. Voglio dimenticarlo. Bzzz. E in quello spazio recuperato ci metto la formazione del Genoa con tanto di riserve per aggiornare Pro evolution soccer. Per dire. Purtroppo non è così facile perché senno, chessò, voglio cancellare questo post. Bzzz. Per dire... Per dire cosacacchioche?
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Clack.
Un ragazzo come tanti entra nel vagone. Felpa rossa con zip e con tanto di cappuccio - non di cappello, ma proprio di cappuccio -, jeans, scarpette di tela, capelli arruffati e che disprezzano l’uso del pettine a quanto pare. Entra un ragazzo come tanti, vestito come tanti, dentro un vagone come tanti insomma. Vuoto. Precisamente. Vuoto, fino a che anche la porta di fronte non si apre. Precisamente.
Una ragazza come tante entra nel vagone. Maglia a righe orizzontali, jeans, scarpette di tela, capelli raccolti, occhiali affaticati che fanno lo scivolo sul naso. Un naso troppo piccolo per tenerli su, forse, ma bello. Bello proprio. Mamma mia, ma quanto è bello quel nasino? E lo nota il ragazzo, lo nota e arrossisce. E lo nota la ragazza, lo nota e si tira su gli occhiali col dito indice. E arrossisce.
Rimangono un po’ in piedi, uno da una parte, l‘altra da quell’altra parte; forme diverse, ma immagini riflesse delle stesse sensazioni. Si sorridono, poi imbarazzati per la paura di aver esagerato si siedono frettolosamente sul primo seggiolino che capita loro sott’occhio. Uno di fronte all’altra se non fosse per le tante ombre sedute sugli altri seggiolini e che evidentemente li fissano e scherniscono stando a quanto i due si vergognano. Perché, diciamocelo, non si spiega. E’ chiaro che è un colpo di fulmine e quindi cosa aspettano? Cosa? Evidentemente ci sono tante persone invisibili in scena che solo loro vedono e queste persone fissandoli li inibiscono. E’ l’unica. Perché altrimenti non si spiega, non si spiega proprio.
Tu-tum, tu-tum. Tu-tum, tu-tum... ma cos’è... il mio cuore o il treno? Non capisco. Pensano entrambi.
Ma ecco che il ragazzo fa la sua mossa, dalla sua borsa tira fuori un libro. E guarda tu che caso... A volte i disegni del destino hanno la banalità di una storia scritta da un pessimo sceneggiatore... ma fanno uscire fuori comunque queste cose, come dire... carine? Forse è poco... Pucci? Sì, usiamolo questo termine. Pucci. Perché la ragazza stava facendo la stessa cosa. Stava tirando fuori dalla borsa un libro. Lo stesso. E non è... pucci immaginarsi la faccia incredula dei due, che soli nel vagone, dopo il palese colpo di fulmine, tirando fuori questo libro s’accorgono che è lo stesso? E invece no ancora più imbarazzati, si fanno scivolare questo libro di mano cercando di afferrarlo come due pizzaioli incapaci che fanno volare la pasta per allargarla. Incapaci perché il libro cade a entrambi ovviamente. Ma finalmente si concedono una risata, si guardano e... e niente, si rimettono a sedere. Anzi, lui prima dice qualcosa tipo sono proprio stupido. Bella mossa, amico. E lei annuisce. Bella mossa pure la tua, amica.
Tu-tum, tu-tum. Tu-tum, tu-tum... il mio cuore? O il treno?
Così i due cominciano a leggere e magicamente nel vagone, non entra nessuno. Però... però mamma mia quanto è magnetica, pensa lui. Mamma mia quanto è magnetico. Pensa lei. E alzano ancora lo sguardo. Una, due, tre, dieci volte. Uno, due, dieci secondi. Minuti. Minuti a decinaia. Che viaggio lungo tra l’altro, ma è una fortuna per il nostro ipotetico pessimo sceneggiatore, che a un certo punto decide che il ragazzo oltre che alzare lo sguardo, si alza lui stesso (che avevate in mente... maiali!). E va verso di lei. E lei non abbassa lo sguardo. Si fissano i due. Si fissano. Che pucci che sono. Davvero pucciosetti. Forse troppo... troppo pucciosetti, troppo tenerelli, troppo timidini. Ed è troppo infatti per lui. Non regge la tensione. Fa il vago. Il ragazzo apre la porta. Guarda fuori ed è all’ultimo vagone. Il paesaggio compare sotto i suoi piedi e poi s’allontana. Ma non era l’ultimo vagone quando è salito, si dice. Non capisce cosa stia succedendo, si volta immediatamente indietro e non c’è niente. C’è il bianco. Torna a guardare di fronte a sé e non c’è niente. C’è il bianco. Il ragazzo resta lì, sui suoi passi. Si guarda intorno, spaesato. Davanti c’è il bianco e dietro c’è il bianco. Il bianco. E basta.
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A grande richiesta (di chi? Mia per esempio.), tornano i test, dopo che mi erano stati segati dal servizio che usavo prima (suppongo per invidia). Li trovate a fianco, nella colonna, sotto le robbe.
In preparazione ce ne sono moltissimi altri (ma anche no), tipo "scopri se possiamo essere acerrimi nemici", per dire, quindi ogni tanto accedete anche tramite link. Ne vale proprio la pena. Proprio.
Visto che mi vergogno di questo post insulso, ne invierò un altro contemporaneamente per affossarlo (molti potrebbero obiettare che dovrei vergognarmi dell'altro. O di entrambi. Molti sono anche un po' stronzi, diciamocelo, eh).
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Ah, il template? Eh, l'altro m'aveva rotto le balle, ma non so a cosa ispirarmi per uno nuovo, che io sono stufoso e deve essere qualcosa che dura un po'... e che quindi non esiste. Quindi ne ho messo uno semplice semplice intanto, ajojoeppeperoncino - che poi è il css modificato dell'altro se vogliamo dirla tutta -, così si sta insieme ugualmente senza stare là a preparare chissà cosa. Che non serve dài, non ti preoccupare.
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"C'è qualcosa per me qua?"
"No", mi fanno. E cambio negozio.
"C'è qualcosa per me?"
"...no!" E cambio negozio.
"C'è qualcosa per me?"
"no..." E via così.
Giusto il tempo di fare amicizia con un tizio che incontro spesso fuori dei locali e ogni volta mi chiede sorridendo: "c'era qualcosa per te?"
Mi fa simpatia e gli rispondo sempre che dicono che no, che non c'è.
Scendo nel parcheggio, sto per arrivare alla macchina e c'è il tizio che mi sorride. E' in compagnia di un gruppetto di persone. Tutte simpatiche e vestite stile Canto di Natale di Dickens. Cerco di vedere se qualcuno porta con sé un tacchino, ma no.
"Forse noi abbiamo qualcosa per te".
Annuisco.
Li seguo, usciamo a piedi dal parcheggio del centro commerciale, immenso, e entriamo in una stradina che si stringe sempre di più, mangiata da rovi e cemento ai lati. La stradina comincia ad arrampicarsi e a fine scalata ci ritroviamo di fronte un altro centro commerciale. Microscopico.
"Qua c'è qualcosa per me?"
Varie teste annuiscono.
Entro dentro ed è tutto così... desolante. Ballatoi che danno sul vuoto. Mi scorgo adagiandomi col petto sulla balaustra gialla. In basso il terreno è sterrato, qua e là qualche ruspetta allo stato brado, montagnole di terra che riposano, molazze che masticano svogliate il loro pasto di calce e sabbia...
Il tizio simpatico si sporge al mio fianco.
"Mi spiace, ma qua non credo che ci sia niente per me", gli sorrido e sollevandomi, mi stringo nelle spalle. Mi imita e ci stringiamo pure le mani. Poi le stringo ad un simpatico vecchietto barbuto che somiglia a Paolo Villaggio, poi ad una signora para para alla McGranitt di Harry Potter, poi... eccetera eccetera. Solo una figura resta in disparte, dietro tutte le persone che mano a mano mi si parano di fronte: una ragazza che conosco, perché sono consapevole di sognare spesso, ma che non ho mai incontrato. Mi guarda imbarazzata, vorrebbe salutarmi, ma fa per andarsene, divento rosso come un peperone e pure io faccio per andarmene. Però, insomma, voleva salutarmi pure lei, e pure io... cacchio ho salutato tutti, adesso lei non la saluto?! Mi faccio coraggio e mi avvicino, ma lei si è già voltata e alla fine mi ritrovo praticamente a correrle dietro e tutto diventa buio.
Riesco a raggiungerla, le metto una mano sulla spalla, lei si volta, io allargo le braccia (e faccio un sorriso da ebete che manco so come descrivere) per abbracciarla, ma lei invece capisce male e si sporge per baciarmi e alla fine ci ritroviamo in una posizione ridicola e non facciamo nessuna delle due cose.
"Ho qualcosa per te", mi fa. Glissa, che brava.
"...", non dico niente, ma penso che sia il momento in cui il sogno diventerà porno.
Invece si rovista nella giacca a vento e tira fuori da una tasca laterale un'enorme lettera ripiena di chissà cosa e tempestata di bozzi e di cuoricini disegnati a matita. E c'è anche il mio nome sopra.
La guardo perplesso e dico: "io però non ho niente per te... non me l'aspettavo, non è giusto, ecco".
"Sicuro?"
Cerco nel giaccone e ho una lettera pure io.
"Che dici le apriamo?" le chiedo senza il minimo stupore.
"Ok!"
Poi mi sono reso conto che il telefono squillava e sono sobbalzato in piedi.
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